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ago 1997 - 2009 |  commento   
LAX Theme Building

LAX Theme Building, al punto d'incontro tra cielo e terra


 

Al centro dell'International Airport di Los Angeles si staglia il LAX Theme Building (http://en.wikipedia.org/wiki/Theme_Building), un monumento costruito nel 1961 per celebrare l'inizio dell'era dei jet. Il LAX Theme Building è tuttavia conosciuto soprattuto con il nome del ristorante che ospita: l'Encounter (http://www.encounterlax.com).


 
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Biglietto da visita    
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    Panoramica dell'esterno




Il progetto architettonico iniziale si deve a James Langenheim mentre la realizzazione si deve ad una joint venture tra architetti e ingegneri guidati da William Pereira e Charles Luckman. L'idea era quella di rappresentare lo slancio della nuova era della mobilità nell'ardita costruzione degli archi di sostegno in acciao, il cui incrocio figura, appunto, l'intersezione delle traiettorie aeree dei jet.





Targa celebrativa, del 1992


Il Theme Building in costruzione


Illustrazione


Copertina di rivista




I giganteschi e svettanti archi d'acciao celebrano l'era dei jet con uno stile pop-futuristico parente del coevo stile cartoonistico dei "Jetsons" di Hanna & Barbera (che in Italia abbiamo conosciuto come "I pronipoti").

La piattaforma sospesa offre una vasta panoramica sul teatro d'azione degli aerei, che non è solo il luogo in cui si esercita la potenza veicolare del mezzo tecnologico ma è anche il palcoscenico in cui si riconosce e sancisce la propria alterità nomadica il jet set, quella parte di società non stanziale che da allora viaggia il mondo senza sosta. Non stranamente l'Encounter è un locale molto apprezzato da divi di Hollywood come ad esempio John Travolta o Sharon Stone, che ripetutamente lo hanno fittato per party molto esclusivi.
Scultura celebrativa e luogo di autocelebrazione, l'opera sembra prediligere la funzione di rappresentare l'immaginario lagato ai jet e alla nuova condizione di mobilità.




    




Tuttavia, una volta saliti, si manifesta un'altro piano, a mio giudizio assai più affasciante e interessante di quello celebrativo: quello di dispositivo stimolatorio. Come infatti qualsiasi altro edificio esso ci pone certe condizioni d'uso sia dello spazio che articola in luoghi, sia delle funzionalità che tutti i suoi dispositivi ci offrono; così come pone determinate condizioni alla percezione dello spazio in cui l'opera si inserisce. Ed è proprio la dimensione percettiva di ciò che avviene intorno all'edificio che a mio avviso sancisce la qualità di quest'opera [1].






Tra le opere architettoniche che ho conosciuto questa è stata una di quelle che per l'intensità degli effetti percettivi che stimola mi ha impressionato maggiormente. L'intensità della sua esperienza mi ha ricordato il primo incontro con lo spazio pulsante del San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini (http://it.wikipedia.org/wiki/San_Carlo_alle_Quattro_Fontane).

La peculiarità del Theme Building è senz'altro quella di porre l'osservatore in una dimensione intermedia tra cielo e terra. Come si può notare dalla mappa del complesso aereoportuale, l'edificio è collocato al centro dell'impianto, area di accesso e uscita dei viaggiatori. L'aereoporto dispone i due blocchi di piste alla destra e alla sinistra della torre. In questo modo gli atterraggi e i decolli degli aereomobili possono succedersi con altissima frequenza. E l'importanza e la dislocazione continentale della città di Los Angeles fanno sì che si diano involi e atterraggi pressochè continui.





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La vista sulla scena aereoportuale si può avere da due specifici punti dell'edificio: la terrazza e il ristorante. In un viaggio a Los Angeles del 1997 (che illustro qui) non ho avuto occasione di salire sulla terrazza (che dal 2001 è ovviamente chiusa per motivi di sicurezza e che in ogni caso non sembra avere i requsiti per stimolare la percezione qui descritta) ma sono potuto entrare nella cafeteria il tempo sufficiente a farmi un'idea del funzionamento complessivo del dispositivo architettonico. L'effetto entusiasmante che si prova è quello di sentirsi sospesi tra cielo e terra perché si è seduti e si sorseggia il caffé con a fianco uno sciame di velivoli che salgono e scendono e ci si trova alla loro altezza nel momento forse più critico del loro stato di passaggio. Quelli che salgono ci si appaiano a una ventina di metri di altezza nel momento di distacco dal suolo, quando cioé l'aereo è nel momento di massino sforzo per sgravarsi dall'attrazione terrestre. Quelli che scendono hanno invece ancora in corpo la spinta inerziale del volo ma, prossimi all'asfatlo, ci appaiono come grandi creature aeree che frenando si ricompongono per acqusitare un assetto terrestre. Insomma, all'altrezza della torre, la composizione delle due forze contrapposte amplifica la difficolta del distacco e quella del ricongiungimento, partecipando così a produrre un vivido effetto di sospensione che ci rende abitanti di un'insolita dimensione intermedia. L'effetto percettivo dipende anche dal fatto che abbiamo una vista inusuale sugli aereomobili. Essi ci sfilano a fianco a distanza ravvicinata e possiamo percepirne tutte le fasi di decollo e di atterraggio, aspetti che forse sono percettivamente consueti ai soli piloti, che essendo parte attiva e reattiva dell'intero corpo aereo hanno una percezione assai completa del processo in atto. Anche se, a differenza di chi è a bordo, da lì si può godere di una vista esterna della carlinga, nella piena libertà di partecipazione ad ogni attimo dei sofferti distacchi e ricongiungimenti con la terra, con una ricchezza di input visivi che purtroppo quando si è passeggeri non si possono avere. E' una visione intima che le immagini fotografiche riescono malamente a riprodurre, é noto infatti che le foto scattate con obiettivi grandangolari mentre ci offrono un ampio campo visivo allontanano ciò che nella realtà è assai vicino.




E nel mentre venivo catturato dalla macchina percettiva, in cui ero entrato insieme al mio amico Uve Fischer, mi è sorta la domanda se la componente stimolatoria del dispositivo fosse consapevolemente preordinata dagli autori o se essa non fosse piuttosto un'inflorescenza serendipica (http://it.wikipedia.org/wiki/Serendipit%C3%A0).
Infatti tutti gli elementi strutturali sono concertati in modo fantastico. La percezione dello spazio esterno alla sala del ristorante è di oltre 200° e rimane coperto uno spazio visivo aereo non solcato dagli aeromobili (e non si puù dimenticare che nelle intenzioni progettuali il ristorante doveva essere girevole). Inoltre l'amplissimo spiovente ci fa sentire attaccati al tetto piuttosto che sostenuti da terrra. Poi non si può tralasciare che i quattro montanti d'acciaio, che si rastremano verso terra mentre si alllontanano dalla base dell'edificio, manifestano una morfologia da ancoraggio di elemento aereo più che da sostegno. Infine, ma non ultime, anche le vetrate che si raccordano al pavimento sono inclinate verso partecipano a produrre l'effetto di sospensione.





Spaccato del ristorante che mostra la dimensione delle superfici vetrate


Superfici vetrate


Panoramica dell'interno




Quali che siano state le intenzioni, o per meglio dire, la consapevolezza degli autori nel programmare un dispositivo di stimolazione percettiva, mi pare che questo aspetto sia largamente più interessante e felicemente riuscito della dimensione delebrativa del monumento che secondo la tradizione artistica plastico-architettonica sembra affidata principalmente alla morfologia complessiva del manufatto.

O magari si può pensare che la migliore celebrazione della nuova condizione esistenziale e percettiva del mondo propulso dai jet fosse la costruzione di un dispositivo sempre pronto a far provare l'essenza della nuova condizione, in mezzo all'aeroporto e alla vita, in un ambiente di sosta e ristoro.






Davide Gasperi 1997-2009







1. L'analisi delle opere architettoniche come dispositivi stimolatori di atti comportamentali e di percezioni è da tempo una prassi consolidata nella saggistica dedicata alla teoria e all'estetica architettonica. Si veda ad esempio Christian Norberg Schulz, Intenzioni in architettura, Milano, Lerici,1967. Nell'analisi semiotica dell'architettura il rimando classico è al testo di Umberto Eco, La struttura assente, Milano, Bompiani, 1968. [Torna]








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